Caro diario
Analisi semiotica del film a cura di Carmine Caputo

Le dichiarazioni del regista

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Ho ritenuto utile ai fini della lettura del film far precedere la fase analitica vera e propria da una breve sezione dedicata alle dichiarazioni rilasciate dal regista riguardo a questo e ad altri film, nella convinzione che esse possano fornire una chiave interpretativa che, seppure non l'unica, deve essere considerata perlomeno privilegiata.

Parlando di comicità, Moretti disse (1986) che:

"C'è chi si vanta e chi si vergogna di far ridere (...) Io credo che non ci si debba vergognare nè vantare: è semplicemente un modo di fare cinema. Facendo film autobiografici, la comicità è un modo per esorcizzare ciò di cui si parla e che si mette in scena. Ironia e distanza sono obbligatorie: quando si parla di se stessi se ci si prende troppo sul serio si rischia di diventare ridicoli".

Ecco di seguito altre affermazioni che si riveleranno utili per capire meglio l'autore di Caro diario:

"Trovo più interessante essere crudele con me stesso che con gli altri...E' in questo che consiste quella benedetta autoironia di cui si parla sempre a proposito dei miei film: mi sono trovato a mettere in scena, a prendere in giro, un gruppo omogeneo a me...se non addirittura me stesso" (1983). "Non faccio il mestiere di regista, ogni tanto faccio film. Ho un rapporto abbastanza personale e delicato con il mio lavoro. Quando sento di poter comunicare qualcosa con un film, comincio a lavorare"(1986). "Spesso faccio delle scelte per andare contro quello che vedo nel cinema e non mi piace (...) Sto sempre attento a non adoperare la macchina da presa in maniera naturalistica o televisiva. Cioè : io mi alzo e vado lì, la macchina mi segue e torna quando torno. Non è questo che serve a raccontare. Non per me, almeno" (1986).

Veniamo  adesso al film in questione:

"Ho girato Caro diario con estrema libertà, contento di me stesso, desideroso di fare a modo mio. Nel primo episodio scorazzo per le strade in Vespa in una Roma deserta, seguito solo da una jeep su sui c'erano l'operatore alla macchina e il direttore della fotografia. Una gioia. Mi sentivo libero come quando giravo i miei primi shorts. Anche lo stile ne risente (...)" Sul significato della sequenza dedicata a Pasolini, Moretti risponde: "Rimando a quella scena, a quelle immagini, a quella musica, alle sensazioni che suscita. Non c'è altra spiegazione..."

I suoi autori preferiti:

"Sono molto legato ai film italiani d'autore degli anni '60,quelli che mi hanno formato: Pasolini, appunto, e poi il primo Bertolucci, i primi Taviani, il primo Bellocchio, poi Olmi e Ferreri. E' un cinema che cerca di elaborare un nuovo linguaggio espressivo, ma sempre tenendosi legato alla realtà". I rapporti con il pubblico: "Non c'è per me un pubblico privilegiato. Non voglio sapere per quale tipo di pubblico faccio i miei film, anzi non penso proprio al pubblico. Chi l'ha detto che ha sempre ragione? I peggiori delitti, in campo cinematografico, sono stati commessi in nome del pubblico".

Sul suo metodo di lavoro:

"Mi guardo attrono, prendo tanti appunti, anche con la cinepresa a 16 mm. Metto da parte tanti ritagli, articoli di giornali, testimonianze, documenti sulla realtà italiana...Mentre scrivo la sceneggiatura sono al tempo stesso già regista e at! tore del film che sta nascendo, ne l senso che penso a come realizzerò quella determinata scena e a come la interpreterò..."

Moretti attore:

"Di solito interpreto me stesso perchè così mi esprimo meglio, più direttamente. Ma posso anche recitare per gli altri, insomma fare l'attore". "Se ci fosse un Assessorato al Linguaggio presenterei la mia candidatura a Rutelli". "Le scelte di qualità pagano, in cinema come in televisione, in letteratura, dappertutto...Io non son un regista, sono uno che fa film solo quando ha qualcosa d a dire. Non è importante fare tanti film. Importanti sono, anche e soprattutto, le tue esperienze al di là del cinema".

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