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La
necessità della memoria
Un ricordo di Hans-Georg Gadamer
di Giandomenico Bonanni
Se non avessi conosciuto Gadamer, forse ancora oggi non saprei
che cos'è la memoria. Venni a trovarlo a Heidelberg quattro
anni fa. Mi stavo per laureare su di lui, tra l'altro con una
tesi non priva di osservazioni critiche riguardo a una certa vocazione
conciliatoria del suo pensiero.
Sebbene i temi e lo stile di questo autore mi fossero congeniali,
la sua fiducia nella tradizione e nell'autorità mi rendeva
diffidente. Ma la mia visita a Heidelberg era poco più
che una gita. Era la curiosità che mi spingeva a incontrarlo,
non una volontà di confronto. Hans-Georg Gadamer, per me,
era anzitutto un nome scritto sulle copertine dei libri. E i libri
non rispondono alle domande, né ne fanno.
Mi dovetti ricredere. Gadamer, ultranovantenne, si muoveva a
passi lenti sorreggendosi su due bastoni. Eppure aveva una vitalità
incredibile. Quel giorno parlammo di tutto: di filosofia, certo,
ma anche di storia e politica. Il più curioso era lui.
Voleva informazioni sull'Italia, chiedeva il mio parere, sollecitava
le mie obiezioni. La conversazione era libera, fluida, priva d'ogni
rigidità - un balsamo per me che avevo vissuto l'università
come un anonimo esamificio. Difficile dire in che cosa consistesse
quel suo talento. Quando a un certo punto provai a chiederglielo,
lui si schermì: "Non è certo merito mio. Il
dialogo approfitta delle circostanze favorevoli. Viene da sé".
Ecco che cosa intendeva per autorità: l'autorevolezza di
chi sa di non possedere la verità e lascia l'altro libero
di seguirlo.
Dopo quell'incontro ve ne furono altri.
Mi trasferii a Heidelberg e per un certo periodo mi recai a casa
sua regolarmente. Lo assistevo nei piccoli lavori che non riusciva
più a fare da solo: cercare la pagina di una citazione,
per esempio, oppure correggere le bozze di un'intervista. Il suo
studio sembrava un campo di battaglia. Ogni angolo disponibile
era occupato dai libri e dalle carte. Da quel disordine ogni tanto
sbucavano lettere, fotografie, manoscritti. E Gadamer cominciava
a raccontare. I suoi ricordi arrivavano fino ai primi del Novecento
e si estendevano lungo l'arco di un secolo. Lui era la misura
vivente di ciò che era stato detto e fatto "a memoria
d'uomo". Mentre lo ascoltavo avevo la precisa sensazione
che le distanze temporali si contraessero. Mi accorgevo di come
il mio orizzonte fosse stato condizionato fino a quel momento
da una prospettiva "generazionale". Una volta glielo
dissi e lui rispose che non vedeva nulla di male nel sentirsi
parte di una generazione. "Ma si deve riconoscere che c'è
un prima e un dopo. E che indietro non si torna. La forza della
tradizione si mostra proprio in questo".
L'ultima immagine che conservo di Gadamer risale all'undici febbraio
scorso, il giorno del suo compleanno. Sfogliando la prima copia
dell'edizione italiana dei suoi Scritti di estetica, mi ha detto
che sarebbe venuto volentieri a Roma per presentare il libro.
"Forse nei prossimi giorni riuscirò a rimettermi in
forze". Un sogno, certo. Perché c'è un prima
e un dopo. Ma è importante che qualcuno ne conservi la
memoria e lo racconti.
La vita di Hans-Georg Gadamer (1900-2002)
Hans-Georg Gadamer nasce a Marburgo l'11 febbraio 1900 e cresce
a Breslavia (oggi Wroclaw, Polonia), dove frequenta il liceo e
comincia a studiare filosofia all'università con Richard
Hönigswald.
Dal 1919 prosegue gli studi nella città natale sotto la
guida di Nicolai Hartmann e Paul Natorp, laureandosi con quest'ultimo,
nel 1922, con una tesi su L'essenza del piacere secondo i dialoghi
platonici. Poco dopo si ammala di poliomelite ed è costretto
a trascorrere alcuni mesi in isolamento. Tra le letture di quel
periodo che più lo colpiscono figura un testo che traccia
le linee di un'interpretazione fenomenologica di Aristotele. Si
tratta di un manoscritto inviato a Natorp da un brillante assistente
di Husserl: Martin Heidegger. Gadamer ne resta talmente impressionato
da decidere di trasferirsi a Friburgo per un semestre e seguire
i corsi del giovane docente.
L'incontro con Heidegger è decisivo, si riflette nelle
prime pubblicazioni di Gadamer (una recensione alla Metafisica
della conoscenza di Hartmann e un articolo su L'idea di sistema
in filosofia, entrambi del 1924) e segna il suo allontanamento
dal neokantismo. Ma in questi stessi anni Gadamer inizia ad alimentare
quel peculiare interesse per il testo e per la tradizione che
lo distinguerà sempre dal suo maestro. Studia filologia
classica e si laurea con Paul Friedländer.
Tornato agli studi filosofici, nel 1929 consegue infine l'abilitazione
alla docenza universitaria con una tesi sul Filebo (L'etica dialettica
di Platone, 1931) e diviene Privatdozent a Marburgo, dove insegnano
anche Karl Löwith e Gerhard Krüger.
I primi anni della carriera accademica di Gadamer coincidono
con la fine della Repubblica di Weimar e risentono della precarietà
economica che caratterizza quel momento storico. Come gran parte
dei giovani studiosi del suo paese, Gadamer dipende dalle sovvenzioni
della Notgemeinschaft der deutschen Wissenschaft (Fondo d'assistenza
per la scienza tedesca), che per un certo periodo finanzia un
suo progetto di ricerca su La filosofia della natura dei Greci.
La richiesta della Facoltà di affidargli un corso di Etica
ed estetica viene respinta per due volte dal ministero competente
per mancanza di fondi.
Con l'avvento del nazionalsocialismo le difficoltà, da
economiche, diventano politiche: sebbene Gadamer non venga considerato
un nemico del regime, l'amicizia che lo lega a colleghi ebrei
come Karl Löwith o Jacob Klein, come anche i suoi contatti
con il teologo Rudolf Bultmann, contribuiscono a creare intorno
a lui un clima di diffidenza che ritarda la sua nomina a Marburgo.
Nel frattempo Gadamer ottiene diverse supplenze (nel 1934/35
insegna anche a Kiel) e comincia a definire i tratti fondamentali
della sua filosofia. Il corso che tiene nel semestre estivo del
1936, e che ripeterà e approfondirà negli anni successivi,
si intitola Arte e storia (Introduzione alle scienze dello spirito)
e può essere considerato il primo abbozzo della prospettiva
sviluppata in seguito in Verità e metodo.
Nel 1937 Gadamer viene nominato professore straordinario presso
l'università di Marburgo. Un anno dopo è chiamato
a ricoprire la cattedra di Arnold Gehlen rimasta vacante a Lipsia,
dove nel 1939 diviene ordinario e direttore del Seminario di Filosofia.
La sua prolusione verte su Hegel e lo spirito storico. Negli anni
della guerra Gadamer si occupa intensamente di poesia: tiene seminari
su Rilke e scrive alcuni brevi saggi su Hölderlin e Goethe,
i primi di una lunga serie di interpretazioni di poeti.
Nel 1943 contribuisce, con un articolo dal titolo Kant e la questione
divina, a una raccolta di scritti clandestina in occasione del
sessantesimo compleanno di Karl Jaspers, sospeso dall'insegnamento
fin dal 1937 perché sposato con un'ebrea. Nello stesso
anno interviene in aiuto del romanista Werner Krauss, condannato
a morte per la sua appartenenza a un gruppo antinazista, con una
dichiarazione che sminuisce, riconducendola a una forma di fragilità
psicologica, la partecipazione dello studioso alle attività
sovversive. Allo stesso tempo, però, Gadamer non viene
mai meno ai suoi impegni istituzionali.
Partecipa alle attività dell'Accademia delle Scienze
della Sassonia e tiene diverse conferenze in Europa su invito
degli istituti di cultura tedesca: nel 1940 è a Firenze,
nel 1941 a Parigi, nel 1943 a Praga e nel 1944 a Lisbona.
Finita la guerra, Gadamer si trova a gestire, sul piano accademico,
la delicata fase di transizione politica corrispondente alla nascita
della Repubblica Democratica Tedesca. Distante dal nazismo, ma
radicato nella tradizione scientifica e universitaria tedesca,
appare l'uomo più adatto a guidare un processo di ricostruzione
e rinnovamento nel quale un corpo docente in parte ancora "borghese"
tende a contrapporsi al nuovo potere comunista. Nel 1946 viene
eletto rettore dell'università di Lipsia. In occasione
della riapertura ufficiale dell'ateneo, Gadamer ribadisce l'ideale
dell'autonomia dell'uomo di scienza come salvaguardia dal fascismo
e come valore capace di restituire dignità alla cultura
tedesca (Sull'originarietà della scienza).
Nell'anniversario della nascita di Leibniz mette in risalto la
vocazione europea del filosofo di Lipsia e lo spirito di riconciliazione
che egli seppe testimoniare in un'epoca - quella della Guerra
dei trent'anni - altrettanto segnata dalla devastazione quanto
quella contemporanea (In occasione del trecentesimo anniversario
della nascita di G.W. Leibniz). Ma il rettore moderato entra ben
presto in conflitto con gli interessi della costituenda nomenclatura.
Nel 1947 Gadamer si dimette per trasferirsi a Francoforte.
Il ritiro dall'attività politica consente a Gadamer di
tornare pienamente all'insegnamento e al rilancio degli studi
filosofici. Nell'immediato, i suoi sforzi sono rivolti alla rapida
pubblicazione di testi didattici, poiché in quegli anni,
a Francoforte come in molte altre città tedesche, i libri
scarseggiano. Gadamer cura l'edizione di alcuni classici - tra
cui il XII libro della Metafisica di Aristotele, che traduce e
commenta (1948) - presso l'editore Klostermann, dal quale fa ristampare
anche il Compendio di storia generale della filosofia di Dilthey
(1949). In una prospettiva più ampia, tuttavia, Gadamer
guarda alla necessità di recuperare una comunità
scientifica lacerata in seguito all'espulsione dei suoi membri
ebrei durante il nazismo, di formare una nuova generazione di
studiosi, di intraprendere relazioni scientifiche internazionali
per superare la condizione di isolamento nella quale il mondo
accademico tedesco versa ormai da decenni.
Nel 1948 partecipa al Congresso mondiale di filosofia a Mendoza,
in Argentina, dove tiene una relazione su I limiti della ragione
storica. In quell'occasione rivede Karl Löwith, che contribuirà
a far tornare in Germania qualche anno dopo, e Helmut Kuhn, con
cui nel 1953 fonderà la rivista Philosophische Rundschau.
Nel 1949 Gadamer viene chiamato a Heidelberg come successore
di Karl Jaspers. Con il raggiungimento di una posizione accademica
consolidata e stabile, che si accompagna a un ritrovato equilibrio
politico sul piano nazionale, il suo talento didattico e scientifico
comincia a dispiegarsi in un crescendo di lezioni, seminari, conferenze
e scritti. Di anno in anno aumenta anche il numero dei suoi allievi,
tra i quali figurano nomi che presto avranno grande rilievo nel
panorama filosofico tedesco e internazionale: Dieter Henrich,
Reiner Wiehl, Konrad Cramer, Valerio Verra e Gianni Vattimo, per
citarne solo alcuni.
A Heidelberg Gadamer trova inoltre un ambiente di lavoro adatto
all'elaborazione e alla realizzazione del progetto che matura
ormai da alcuni anni: un libro sulla rilevanza filosofica del
fenomeno del comprendere. Nel 1951, in occasione del suo primo
intervento all'Accademia della Scienze di Heidelberg (La filosofia
degli ultimi trent'anni), fa per la prima volta riferimento a
una sua "teoria dell'ermeneutica". L'opera lo impegna
per tutto il decennio ed è anticipata, nei suoi temi principali,
dagli scritti di quel periodo (Verità nelle scienze umane,
1953; Mito e ragione, 1954; Simbolo e allegoria e La problematicità
della coscienza estetica, 1958; Il circolo del comprendere, 1959).
Nel 1960 esce Verità e metodo, destinato a divenire il
testo fondamentale dell'ermeneutica filosofica.
Alla pubblicazione della sua opera principale Gadamer fa seguire
una grande quantità di scritti minori, in buona parte raccolti
dall'editore Mohr Siebeck di Tubinga, insieme ad altri lavori
precedenti, nei quattro volumi dal titolo Kleine Schriften (1967-1977).
Nel 1961 chiama Jürgen Habermas a Heidelberg. Tra l'ermeneutica
gadameriana e la critica dell'ideologia del giovane erede della
Scuola di Francoforte si instaura un confronto che si rivelerà
determinante per il dibattito filosofico contemporaneo. Nel 1962
Gadamer diviene presidente della Società Filosofica Tedesca,
la Deutsche Philosophische Gesellschaft. In questa veste organizza,
nel 1966, un congresso dal titolo Il problema del linguaggio.
Dal 1968 è professore emerito dell'università di
Heidelberg, ma non abbandonerà mai del tutto l'insegnamento.
Dal 1969 al 1972 presiede l'Accademia delle Scienze di Heidelberg.
Durante gli anni settanta e ottanta Gadamer intensifica la propria
attività all'estero, soprattutto negli Stati Uniti e in
Italia. Nelle università americane trascorre lunghi periodi
dedicati all'insegnamento, riscontrando un inaspettato interesse
sia da parte degli studenti sia dei colleghi, tra cui Richard
Rorty, che nell'attenzione gadameriana per la linguisticità
dell'esperienza intravede non pochi punti di contatto con il proprio
percorso filosofico.
In Italia, invece, dove l'ermeneutica trova un terreno fertile
preparato dalla ricezione di Heidegger e dal radicamento della
tradizione umanistica, Gadamer si reca ogni anno, consolidando
un rapporto alimentato dai seminari tenuti presso l'Istituto Italiano
per gli Studi Filosofici di Napoli e dalle numerose apparizioni
televisive che lo rendono noto al grande pubblico.
Muore a Heidelberg il 14 marzo 2002.
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